Camino al Tagliamento, Libri, Ricordi

A Bugnins Angelo Floramo racconta L’estate indiana del ’76

di Pierina Gallina

Comincia da una pagina letta ad alta voce la terza serata dedicata al terremoto, promossa dall’associazione Ermes di Colloredo. Da Ferrin, a Bugnins di Camino al Tagliamento, nell’ultima boccata d’estate, un folto pubblico ha voluto incontrare Angelo Floramo e il suo libro "L’estate indiana del ’76'.
A dialogare con lui lo scrittore Paolo Venti, che ha aperto la porta alla voce, ai ricordi, alle domande.
Che cosa è rimasto del terremoto?
Floramo torna bambino. Non aveva ancora dieci anni e ricorda San Daniele, l’ultimo piano della casa, il buio improvviso che pare dilatarsi all’infinito, le urla, il suono spaventoso delle sirene. Rivede la nonna sul pianerottolo, i capelli bianchi, le braccia magrissime, i libri messi sopra la testa per proteggersi. E lo zio Gigi, emigrante «partito povero e tornato matto», con le mani davanti agli occhi per nascondere le lacrime al nipote.
«Abbiamo perso cinque persone di casa».
Poche parole. Dentro, un mondo crollato.
Ma la memoria di Floramo non si ferma alle macerie. Dentro quella tragedia c’è anche suo nonno, Aquila Bianca, capace di aprire ai bambini il varco della fantasia.
Alle nove di quella sera, sotto le coperte, Angelo leggeva storie di indiani. Quando la terra cominciò a muoversi sotto di lui pensò ai bisonti. Poi arrivarono le tende e la vita cambiò. Si viveva davvero come gli indiani e una comunità intera diventò tribù. C’erano Volpe che corre nell’erba, Vento di tuono, Piedi scalzi, Denti d’argento. Erano una cinquantina i bambini, con un’educazione condivisa, figli un po’ di tutti.
Io era diventato noi.
Una frase che contiene forse il cuore dell’intero incontro.
«È stato l’anno più bello della mia vita», dice Floramo. Un’affermazione apparentemente impossibile, dentro un anno di morte e distruzione. Eppure proprio lì il bambino incontra il dolore, ma anche una solidarietà senza recinti. Scopre che «o vivi o muori, non lo decidi tu» e impara dal nonno che, nonostante tutto, bisogna celebrare la vita.
Il “mio” diventa “nostro”. Il terremoto non conosce confini e neppure la solidarietà dovrebbe conoscerli. Gli aiuti arrivano da Austria, Bosnia, Pakistan, Canada e da molti altri Paesi. Uomini e donne giungono da lontano per scavare, soccorrere, ricostruire.
«Non li abbiamo ringraziati abbastanza. Ci siamo dimenticati di loro. Abbiamo un Alzheimer sociale», afferma Floramo, ricordando anche l’elenco dei donatori conservato nel cimitero di Gemona.
Ed è qui che il racconto cambia passo. Dal 1976 arriva all’oggi.
Floramo non addolcisce le parole. «Il terremoto non va celebrato, semmai ricordato. Solo l’essere vivi va celebrato. Che cosa abbiamo imparato davvero?Abbiamo saputo ricostruire. Numerare le pietre, rimetterle al loro posto, rialzare paesi, case, chiese. «Bisognerebbe avere la stessa pazienza anche con le persone».
Perché, secondo lo scrittore, qualcosa di quella civiltà contadina fondata sulla vicinanza e sulla condivisione si è perduto. «Ora siamo ricchi ed egoisti. Abbiamo la siepe alta. Non sappiamo niente dei nostri vicini».
Parole scomode, che interrogano il cosiddetto “modello Friuli”. Floramo parla della dignità della sua gente, di una comunità che nel dolore aveva saputo farsi una sola famiglia e che oggi rischia di dimenticare proprio quella lezione.
E la memoria non può ridursi a una ricorrenza.
Il Friuli è terra di terremoti. La storia lo racconta molto prima del 1976, attraverso secoli di distruzioni, epidemie, ricostruzioni. Floramo richiama il 1348, il 1511, antiche pergamene e testimonianze. La storia va studiata, ribadisce, perché conoscere ciò che è accaduto significa anche capire ciò che siamo diventati.
Nel dialogo entrano la poesia, Padre David Maria Turoldo, Dio indurmidît, l’“amata terra” ferita. Ma ritorna soprattutto Aquila Bianca.
Il nonno che aveva trasformato le tende in accampamenti indiani, la paura in gioco, i bambini in una tribù. Quel nonno che il 15 settembre 1976, davanti alla nuova terribile scossa, per un momento «da Aquila Bianca era tornato bambino».
Anche i grandi hanno paura.
L’estate indiana del ’76, racconta Floramo, è nato attraverso una scrittura quasi compulsiva durata un mese. Poi precisa: «In realtà l’ho scritto in cinquant’anni».
Forse perché certi libri hanno bisogno di una vita intera prima di uscire.
E cinquant’anni dopo rimane un compito che riguarda tutti: non perdere la memoria. Non trasformarla in una lapide, né in una celebrazione retorica, ma usarla per riconoscersi ancora.
Basterebbe, suggerisce Floramo, allungare una mano verso l’altro, oltre le porte che ci separano.
Perché raccontare il terremoto significa anche questo: ricordare quando “io” diventò “noi”. E provare, almeno, a diventarlo ancora.

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Ultimo aggiornamento: 13/09/2026 16:43