Lettere

Quando il paese vota e dice no

di Graziano Vatri

C’è un modo semplice di leggere il risultato del referendum: ha vinto il No. Ed è un modo sbagliato.
Perché quando un Paese viene chiamato a pronunciarsi su una modifica dell’assetto costituzionale, non risponde mai soltanto alla domanda scritta sulla scheda. Risponde a qualcosa di più profondo: al rapporto tra i poteri, al grado di fiducia nelle istituzioni, alla credibilità di chi propone il cambiamento, al senso stesso della democrazia. È per questo che il voto non può essere archiviato come una bocciatura tecnica, né come una semplice sconfitta politica. È stato, piuttosto, un atto di misura con cui una parte larga del Paese ha detto: il cambiamento è necessario, ma non a qualunque condizione. E soprattutto: non si cambiano gli equilibri costituzionali senza una visione condivisa tra maggioranza ed opposizioni. Si è detto, durante la campagna referendaria, che si trattava di una riforma di civiltà giuridica. Il voto ha smentito questa semplificazione. Non perché abbia dimostrato che la riforma fosse sbagliata in assoluto, ma perché ha reso evidente che non era percepita come prioritaria, né come sufficientemente garantita nei suoi effetti. Se si guarda alla composizione del voto, emerge un elemento che merita attenzione e rispetto. Il No è forte tra i giovani che normalmente non partecipano al voto politico, ma questa volta si sono mobilitati. E questo cambia il significato del risultato. Perché dice quando una generazione, spesso ai margini, che diffida della politica quotidiana, che non si riconosce negli schieramenti, entra in gioco e cosa percepisce di più profondo. La domanda, allora, non è solo come hanno votato i giovani, ma perché hanno votato proprio questa volta. Una risposta possibile è questa: perché non hanno letto il referendum come un passaggio tecnico, ma come una questione di equilibrio democratico. In questo senso, il loro voto non è stato conservativo, ma esigente. Non dice “non cambiate nulla”. Dice: non cambiate così e senza convincere. Ma Il referendum, più che dirci perché il No ha vinto, ci aiuta a capire perché il Sì non ha convinto. La prima ragione riguarda la gerarchia delle priorità. Nel Paese reale, la giustizia è percepita come lenta, complessa, spesso inaccessibile. Ma la riforma proposta non è stata letta come risposta a questi problemi, ma è apparsa a molti, laterale rispetto ai nodi veri. La seconda riguarda il tema dell’equilibrio tra i poteri. I sostenitori del Sì hanno respinto con decisione l’idea che vi fosse un rischio di condizionamento politico della magistratura. Ma, al di là delle norme, è rimasto un dubbio più profondo: che si stesse intervenendo su un punto delicato dell’equilibrio istituzionale senza una condivisione sufficiente. La terza riguarda il metodo. Le riforme costituzionali non sono mai solo contenuto. Sono anche stile, linguaggio e capacità di includere. Ridurre il risultato a uno “schiaffo al governo” è superficiale. Negare ogni implicazione politica è poco credibile. Il voto non è stato una semplice resa dei conti, ma certamente ha posto un limite politico. Un limite alla pretesa che una maggioranza possa intervenire sull’assetto costituzionale senza avere costruito un consenso profondo nel Paese. Il messaggio è chiaro: non tutto ciò che una maggioranza può proporre, il Paese è disposto a ratificare quando si tratta della Costituzione. Il risultato del referendum non assolve lo stato della giustizia italiana, ma afferma che questa non era la riforma giusta o non era il modo giusto. Se questo è il significato del voto, allora le conseguenze politiche non possono essere eluse. Per il governo ed il centrodestra, occorre costruire una credibilità riformatrice capace di parlare oltre il proprio campo. Una riforma delle istituzioni, se resta percepita come identitaria o di parte, difficilmente diventa patrimonio nazionale. Per le opposizioni, il rischio è speculare. Confondere un voto di contenimento con una vittoria piena. Il No, non costruisce automaticamente un’alternativa. Nei prossimi mesi capiremo se la lezione scaturita dal voto referendario è stata recepita veramente dai partiti e dagli schieramenti politici.

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Ultimo aggiornamento: 27/03/2026 17:45