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"La Storia (di) Vera" narrata come a teatro

di Pierina Gallina

È una storia vera, quella di Vera: bambina a Kijev, ragazza a Buchenwald, donna a Lestizza, in Friuli. Pubblicata, negli anni 90, in un libro scritto da Ivano Urli, già sindaco di Lestizza. Mezza russa e mezza ucraina, Vera nasce a Kiev nel 1924. È undicesima figlia. Nel settembre 1941 dopo la battaglia di Kiev vinta dai tedeschi sui russi, gli ebrei che abitano la città sono costretti a lasciare tutto ciò che hanno per ordine dei tedeschi. Devono presentarsi con i documenti, la biancheria e l’oro. In 33.771 moriranno nei campi di concentramento tedeschi. Durante l’occupazione i nazisti continuano a mandare prigionieri di guerra a lavorare nei campi di concentramento. Il 6 aprile 1942 Vera approda a Buchenwald, dopo una settimana di fame e stenti e maltrattamenti di ogni tipo sul treno, come fosse bestiame. Quando arriva a Buchenwald ha 17 anni e pesa 37 chili. Viene trasferita in una tenuta dell’ufficiale del campo di concentramento, controllata a vista. Ma sta meglio, nonostante il faticoso lavoro. Può lavarsi, indossare panni civili e non più la divisa a righe con il numero. Mangia patate.
In quel luogo incontra l’amore: il suo nome è Nino, di Lestizza. Si innamorano e quando nella primavera del 1945 la guerra finisce, esultano insieme, lei ormai incinta. Si arrendono sventolando le mutande bianche davanti ai carri armati russi. Ma vengono subito divisi perché lui è italiano e deve andare nel quadrante americano per essere rimpatriato, lei ucraina deve restare in quello russo. Viene condotta nella caserma dei russi, insieme a molte altre donne, riesce a fuggire e, per fortuna, ritrova Nino. “Ti porto a casa, in Friuli” la rassicura. Si sposano e, tra mille peripezie, ce la fanno a tornare a Lestizza, per vivere insieme fino alla fine dei loro giorni. Dal loro matrimonio nascono due figlie. A Lestizza, Vera viene chiamata “la Russa”.
La storia di Vera è una delle tante che non riempiono le cronache, ma che raccontano la vita durante una guerra, nei campi di concentramento, nelle famiglie.
Applauditi da un pubblico da “tutto esaurito”, gli attori Flavia Valoppi e Claudio Moretti, con la verve che li distingue, ne hanno delineato i tratti con arguta competenza, arricchendoli di sincera emozione ed empatia.

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Ultimo aggiornamento: 24/06/2024 23:08